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Gioco d'azzardo. La cura per guarire

Il fenomeno:
 Il paziente non cerca soldi ma meccanismi di ricompensa per appagare i suoi bisogni

La Slot, Gioco d'Azzardo: Il Mal di Gioco è Curabile


La sfida della ludopatia:psicoterapie cognitive, le più efficaci per rieducare i Casi gravi di gioco Patologico. 
FURIO RAVERA*
Recentemente la ludopatia, intesa come dipendenza dal gioco d'azzardo, è stata inclusa nelle malattie
curabili a carico delle Asl.
 
Se la storia della schiavitù dal gioco d'azzardo è antica, le esperienze di cura non lo
sono altrettanto perché di terapie si è cominciato a ragionare solo quando il problema ha assunto ampie dimensioni sociali. La disponibilità di nuovi mezzi per «tentare la fortuna», da internet
alle macchinette per il video poker ed ogni altro aggeggio elettronico che a colpi di monetine attraggono
quanti cercano un piccolo o grande premio nella loro quotidianità spesso troppo piatta.
Grazie all'ampiezza dell'offerta, la ludopatia è uscita dai casinò e dalle bische e ha trovato i suoi piccoli altari
sacrificali in angoli anonimi di bar e altri esercizi, dove si consumano questi riti solitari che hanno il potere di
destabilizzare destini e relazioni famigliari, divenendo un fenomeno cospicuo.
Esiste una cura?
 


 
Il problema del trattamento del gioco d'azzardo patologico può essere considerato una nuova frontiera.
Come in ogni malattia è necessario comprendere il meccanismo che è alla sua base e nel caso della ludopatia ha a che fare con il sistema cerebrale noto come «meccanismo della ricompensa» vale a dire la percezione di una sensazione piacevole che segue un determinato comportamento e che spinge a ripeterlo per ottenere la stessa ricompensa. Per i soggetti più dipendenti la mancanza della «ricompensa» quotidiana genera uno stato di bisogno che sconfina nella sofferenza, nel senso di vuoto, in una fame che conosce un
solo modo di essere saziata. Nelle ludopatie la ricompensa non è la vincita in senso stretto ma è in quell'attimo carico di tensione che precede la possibilità di una vincita. Questo è il vero artiglio del demone del gioco, la vertigine dell'incertezza. Su questo sistema si organizzano le diverse strategie terapeutiche messe in atto nei centri che sono stati aperti in Italia. Si tratta di rieducare al riconoscimento e alla modulazione delle emozioni, giacché si tratta di una ricerca disfunzionale di emozioni forti e in questo senso le terapie a orientamento cognitivo risultano essere le più efficaci. Dal caos delle sensazioni, che sono stati corporei, queste strategie terapeutiche permettono di decifrare le emozioni ad esse collegabili, che sono stati della mente, e poi addestrano il paziente a modularle.

Nei casi più duri si rende necessaria la terapia residenziale, che ha lo scopo di proteggere il paziente dal contatto con occasioni di gioco mentre si cura. La lontananza dai marchingegni che riducono in schiavitù le personalità vulnerabili ha lo scopo di indebolire il circuito della ricompensa che ha preso una specifica forza con il ripetersi del gioco. Come in tutte le dipendenze queste personalità cercano nel gioco qualche cosa che non sanno trovare altrimenti, la soddisfazione di un bisogno al quale non sanno dare un nome a causa di una
sorta di analfabetismo emotivo che può essere considerato come il tratto specifico della personalità di chi è destinato a divenire vittima di una dipendenza.

La scarsa mentalità psicologica di questi pazienti rende molto ostico il lavoro dello psicoterapeuta psicodinamico classico senza una previa alfabetizzazione emotiva che li renda capaci di parlare della loro esperienza interiore. Una certa quota di aiuto, non certo esaustiva, può essere data dai farmaci regolatori del tono dell'umore quando l'impulsività è nettamente fuori controllo o dagli antidepressivi di ultima generazione quando coesista un marcato stato depressivo. Infine, ma di primaria importanza, resta il fatto che una
malattia è curabile con successo se si accompagna a uno stato di sofferenza, se è percepita dal paziente come una nemica, come un'entità estranea che minaccia la sua vita. Solo quando il paziente matura questa rappresentazione del suo stato, diventa capace di stringere con i terapeuti una alleanza che è la garanzia di base per una cura efficace.

Fonte Corriere della Sera 09/01/2013 Pagina 24

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